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PER UNO SGUARDO SINCERO /2

Concludevo la riflessione della scorsa settimana, attraverso il prezioso canale della “Comunità in cammino”, mettendo in evidenza la fatica nel trovare nuovi volti e nuove disponibilità per le diverse attività che animano la nostra parrocchia. Ma mi chiedevo: forse alcune criticità che sto cercando di far emergere hanno radici più importanti e che ci portano al cuore del problema? Ribadisco come nella nostra comunità ci sia una bellezza e una bontà di dono, di attività, di cuori e di storie che, non solo nel nostro quartiere, la rendono un segno visibile e concreto di Vangelo e di fraternità. Questo per non dimenticarcelo mai! Eppure c’è una sorta di problema che, riscontrabile nei sintomi, è più radicale, anche nella nostra parrocchia, o meglio in noi cristiani di questa parrocchia inserita in questo territorio? Mi faccio aiutare da un libretto che mi è ricapitato tra le mani e che in questo periodo sto riscoprendo come profetico sebbene contenga due illustri contributi del 1970. È un libretto che contiene due risposte a due domande che vorrei riproporvi e rilanciare: alla prima domanda “Perché sono ancora cristiano” la risposta è affidata ad un grande teologo, Hans Urs von Balthasar. Non è il caso di addentrarsi nel dettaglio della sua articolata risposta, ma desidero rilanciarmi e rilanciarvi la provocatoria domanda, dando enfasi a quell’avverbio “ancora”, contenuto anche nella seconda domanda, affidata nel libretto all’allora professore di teologia Joseph Ratzinger, “Perché sono ancora nella Chiesa”. Due questioni che permettono poi di dare ragione anche a quel senso di appartenenza ad una comunità che, come accennavo prima, sta alla radice di una partecipata e propositiva vita parrocchiale. Estrapolo solo un passaggio del futuro Papa, Benedetto XVI:


Sono nella Chiesa perché credo che, ora come prima e a prescindere da noi, dietro la “nostra Chiesa” vive la “Sua Chiesa”, e che io non posso stare vicino a Lui se non rimanendo vicino e dentro la Sua Chiesa. Sono nella Chiesa perché, nonostante tutto, credo che nel profondo essa non sia nostra, bensì proprio “Sua”. In termini molto concreti: malgrado tutte le sue debolezze umane, è la Chiesa che ci dà Gesù Cristo e solo grazie a essa noi possiamo riceverlo come una realtà viva, potente, che mi sfida e mi arricchisce qui e ora.

Ritrovo in queste affermazioni il cuore di tutto il nostro problema: la necessità di rimanere uniti attorno al Signore e di esprimere concretamente, ognuno per il suo pezzettino, l’appartenenza alla comunità, accolta come necessaria ed indispensabile per la fede. Il dibattito è aperto, a partire proprio da queste due provocazioni.







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